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L’ODORE DELLA MENZOGNA

paulo da costa

traduttore – Gigliotti Giuseppina

Non abbiamo mai avuto cattive intenzioni nei confronti di Camila Penca. Semplicemente pregavamo che al nostro villaggio fosse restituita l’antica pace e, grazie a Dio, Egli ha risposto alle nostre preghiere.

Camila nacque in una famiglia perbene del nostro rispettabile villaggio, annidato sulla scarpata affilata come una zanna della Baia di Bocca dell’Inferno. Un villaggio ancora in piedi con orgoglio e resilienza dopo secoli di furia dell’Atlantico. Camila trascorse l’infanzia in un mondo tutto suo. S’arrampicava su e giù per la scarpata, raccogliendo piume di gabbiano, sguazzando nelle pozze della marea, strappando aculei ai ricci di mare, lei m’ama, lei non m’ama, quindi, con le prime maree della pubertà, lui m’ama, lui non m’ama.

Alcuni dicono che Camila mostrasse da sempre una certa predisposizione a creare scompiglio. Sicuramente c’era stata cattiveria in alcuni casi, visto che aveva spiato la gente nelle latrine o era salita in piedi sul petto di altre ragazze per aiutarle a rafforzare i pettorali. Ma chi non è mai stato preso da momenti di cattiveria?

Soprattutto, demmo la colpa al defunto Ti Bernardino Mudo per aver lasciato la bocca del suo vecchio pozzo spalancata al cielo. Intrappolata sul fondo, con gli odori del legno marcio delle fondamenta, del dolce muschio e della bruma salmastra dell’oceano a pizzicarle il naso, Camila si accovacciò in una pozzanghera, scrutando il cielo che assomigliava a un occhio. Neppure il mormorio consolante delle onde raggiungeva le sue orecchie. Gabbiani e ratti erano la sua sola compagnia. I gabbiani a saltellare di trave in trave sopra la sua testa gettandole terriccio sui capelli, i ratti a scorazzarle addosso per una lisca di pesce.

Signore, perdonaci per tali cattivi pensieri, ma uno avrebbe quasi desiderato che Camila non fosse mai sopravvissuta a quel buco maledetto. Rovistammo la terra. Lanciammo reti da pesca e setacciammo la baia, nella speranza che il suo corpo giacesse impigliato nei sargassi. Sbirciammo nelle fessure della scogliera alla ricerca del suo corpo intrappolato. Senza fortuna. Sua madre, in attesa sulla spiaggia con la luna e le stelle, piangeva che il corpo della figlia fosse riportato a riva, così come mesi prima aveva atteso che i frangenti le restituissero il marito. Fu lei a individuare il palloncino verde legato al gabbiano, che piombava e si tuffava sopra le scogliere, stagliandosi contro il sole nascente. Camila aveva portato un palloncino verde in tasca da quando ci arrivava alle ginocchia, « mi solleverà su in cielo un giorno, come Icaro », cantava.

Il gabbiano ci condusse da Camila e la pescammo fuori dal pozzo umido.

Tutti volevano toccare e baciare la bambina. Il sindaco Ressaca, pieno di pompa e maleodorante di colonia, scivolò come un’anguilla attraverso il pandemonio e la ricoprì di baci. La sua voce tuonante promise che avrebbe dato a un vicolo del villaggio il nome di Camila, un vicolo parallelo a quello del padre di lei, non appena le nuove strade fossero state pavimentate, durante il suo prossimo mandato. Don Baptista benedì Camila, assicurandole che aveva sempre saputo che lei era al sicuro nelle mani di Dio. Dona Branca le disse che aveva recitato il rosario ogni sera e che la bambina non avrebbe più dovuto preoccuparsi dei compiti di scuola. Camila si agitò e starnutì. Ci disse di smetterla. Poteva sentire il ‘‘puzzo’’ delle nostre menzogne. Ridemmo. Cadere da una simile altezza, si sapeva, poteva agitare strane cose nella mente di chiunque. I suoi occhi spalancati dal terrore erano fissi al di sopra delle nostre teste e il suo persistente starnutire finì trascurato nel mezzo del trambusto per il suo salvataggio.

Dopo anni di paesani portati via dal mare e di speranze perse nei miracoli, ci riunimmo per la messa, ringraziando la Trinità e la Vergine Maria per aver protetto un’anima cristiana e aver restituito sana e salva al nostro grembo una figlia del paese. L’omelia di Padre Baptista snocciolò le virtù della fede cristiana. Egli assicurò alla congregazione che il successo del salvataggio di Camila era la ricompensa di Dio ai pochi spiriti che frequentavano i suoi rosari serali e che resistevano alle trappole che il demonio tendeva, usando le ragazze della taverna di Ti Inàcio. Il demonio tentava la carne in buchi oscuri. Camila iniziò a starnutire implacabilmente, gridando « Menti bene .» Padre Baptista, perplesso, arrossì sul pulpito, e Sorella Maria, nel coro, fissò lo sguardo sulla propria tonaca.

Interrompemmo la messa e avvolgemmo Camila in una coperta invernale immaginando che fosse stata l’umidità del pozzo a causarle quell’ infernale starnutire.

Prima di ri-unirci per la messa chiedemmo che Camila confessasse i suoi peccati. La obbligammo a espiare qualsiasi peccato trascurato che potesse aver spinto nostro Signore a infliggerle una tale penitenza.

Ci accalcammo intorno al confessionale. La udimmo confidare a Padre Baptista ch’ella poteva sentire l’odore della menzogna. Alcune menzogne venivano mascherate sotto profumi, altre si nascondevano sotto letame di vacca. Rivestite di profumi o di letame di vacca, ogni menzogna portava con sé il più sottile eppure inconfondibile tanfo di pesce marcio, che innescava un grido come di gabbiano dal profondo dell’essere di Camila. Quand’ella ripetè l’Atto di Contrizione sospirammo, sollevati.

Tornando alla messa, odorammo l’aria. Non c’era alcun tanfo di pesce marcio. Solo il dolce profumo di cera d’api dalle candele gocciolanti e la fragranza di rosa dell’incenso dall’altare. Non potevamo nemmeno incolpare Rosária Cardo, la pescivendola. Rosária Cardo che si precipitava nei banchi di chiesa tardi, asciugandosi le mani sui fianchi, scintillanti scaglie di sardina appiccicate alla gonna. Ma Rosária Cardo era via per il suo giro del venerdì nei villaggi vicini. In quel momento probabilmente stava portando in equilibrio la sua cesta di vimini lungo un tortuoso sentiero per le capre.

Ti Raul disse che forse era colpa sua. Dopo essersi cambiato con gli abiti domenicali per la messa, non era riuscito a trattenersi dal controllare le trappole per i granchi prima di andare in chiesa. L’odore poteva essersi appiccicato al suo abito buono.

Padre Baptista esercitò l’autorità datagli da Dio e condusse Camila per il polso verso il pulpito. Sotto la statua di Maria Vergine egli mise alla prova le affermazioni di Camila. Cominciò col dirle che Adamastor, il mostro marino, aveva la sua tana nella nostra baia così come si credeva comunemente. Il naso di Camila si contrasse all’insù, sempre più velocemente, finchè non rombarono tre starnuti, accompagnati dall’esclamazione ‘‘Menti bene’’, che ci annunciava che una menzogna era caduta sul villaggio, umida come uno schizzo di guano. Padre Baptista sorrise con approvazione. Le disse anche che uno dei tre segreti della Vergine a Fatima era la fine imminente del mondo. Lo starnutire di Camila risuonò per la chiesa, riecheggiando come tre colpi di campana. Don Baptista mormorò il proprio assenso e si benedisse. Era convinto. In quel momento pensammo che Camila fosse un messaggero del Cielo, una benedizione.

Padre Baptista finì la messa con il coro che cantava incessantemente in sottofondo. Egli sacrificò le sue parole di saggezza, ma sapeva che la cosa migliore era riempire l’aria con una tempesta di parole. In quel modo egli poteva sempre puntare il dito verso il coro, in qualsiasi momento lo starnutire di Camila potesse minacciare di scompigliare le acque della Bibbia. L’ispirata soluzione di Padre Baptista sollecitò il nostro Ave Maria di ringraziamento. In seguito, il sindaco Ressaca, incoraggiato dal successo di Padre Baptista, non discusse mai più il bilancio del villaggio senza Dona Branca che leggesse il giornale ad alta voce in sottofondo.

Mentre Camila lentamente si riprendeva dalla sua ordalia nel pozzo, ella ci confidò che poteva sentire l’odore delle menzogne che si ammassavano sopra le nostre teste, allo stesso modo in cui noi potevamo vedere un temporale estivo raccogliersi sulla cima della Serra do Senhor Frutuoso.

Giorno o notte, non avevamo mai un momento di pace. Era come se una spessa nebbia fosse arrivata dal mare per stabilirsi sul villaggio. I proclami a suon di tromba del naso di Camila riecheggiavano contro gli scogli, giù per le strade di ciotoli e entravano nelle case senza bussare. Persino i bisbigli tra moglie e marito nel letto nuziale non erano immuni dal naso di Camila. Ti Justa e Ti Antònio, dopo cinquant’anni di felice matrimonio, ruppero ’ché Ti Justa lanciò il cuscino di Ti António nel recinto delle capre. A letto lui stava sussurrandole parole di miele, « Mia dolce Justa, unico vero amore della mia vita, » proprio mentre uno starnuto risuonò, raggelando le gocce del loro amoroso sudore. La bocca di Ti Antonio, colta allo scoperto, lasciò Ti Justa per sempre afflitta dal dubbio. Marito e moglie non riuscirono mai ad accordarsi se la menzogna, come un corvo di malaugurio, si fosse appollaiata in un’altra camera da letto o nella loro.

Le coppie litigavano fino a notte fonda su chi stesse mentendo e riguardo a cosa.

Iniziammo ad aggirarci per il villaggio come fantasmi, gli occhi gonfi, insofferenti alla difficoltà meno irta. I Mudos e i Silvas, famiglie strettamente intrecciate da alleanze di sangue vecchie di secoli, si rifiutarono di rivolgersi la parola e proibirono ai loro figli di giocare insieme. Tutto perché Marcelino Mudo, facendo la fila dal panettiere, domandò ad alta voce a Carolina Silva il bacio annuale che gli aveva promesso durante i loro anni da fidanzatini. Carolina Silva si tirò sui fianchi i suoi piccoli gemelli e marciò fuori strillando a Marcelino Mudo che tenesse a bada una volta per tutte la sua lingua chiacchierona o che andasse a baciarsi i ricci di mare piuttosto.

Non ci azzardavamo a parlare da soli. Per evitare di cogliere una lingua fuori posto, le conversazioni si svolgevano con tutti che vociavano nello stesso momento. Non ci prestavamo orecchio l’un l’altro. Le cose nel villaggio iniziarono a deteriorarsi. Una lingua colta a svolazzare durante uno degli attacchi di starnuto di Camila veniva immediatamente condannata al destino di una sogliola sulla terraferma – appesa ad asciugare sotto una nuvola di dubbio. Poiché Camila ci ammoniva, i sette peccati capitali erano come un pozzo profondo, e la menzogna era il coperchio che impediva la loro espiazione. Strati su strati di peccati imputridivano nell’oscurità del profondo e un peccato non nasceva mai da solo. C’erano sempre fili ed esca.

Avere una semplice ragazzetta a fustigarci come peccatori non era una lisca che il villaggio fosse pronto a ingoiare. Quella era una questione tra Dio e ognuno di noi. I peccati erano una faccenda privata e nessuno attraversava la vita senza farne pesca grossa. Ma quando molte persone commettono un peccato, insieme, allora stiamo parlando del male ed è cosa ben diversa.

Ti Raul, riparando le reti sulla spiaggia, suggerì che non era colpa della povera Camila. Lei era un angelo del cielo. Un vero angelo custode, che ci teneva sulla retta via, ci salvava dall’annegare nell’inferno eterno. Insisteva che se solo ci fossimo impegnati a dirci la verità l’un l’altro avremmo trovato gioia e pace. Marcelino Mudo, appoggiato alla prua della sua barca, sempre pronto a gettar sabbia per aria con la sua lingua da razza spinosa, rispose a Ti Raul che le idee del suo cervello da mollusco erano pazze. Tutti avevano bisogno di un riparo dalla severità del mondo. Ti Raul, indicando l’oceano, sostenne che noi andavamo a pescare in mare aperto, dove non vi era luogo in cui nascondersi, affrontando il vento, la nebbia e la pioggia, ma sopravvivevamo. Marcelino Mudo sbuffò che stava dimenticando gli annegati. Ti Raul baciò la croce d’oro che gli ciondolava sul petto e fissò il cielo velato di nebbia prima di dichiarare che era anche la nostra ignoranza che ci faceva annegare. Nessuno si era preoccupato d’ imparare a nuotare. Ti António, silenzioso fino ad allora, sollevò il suo berretto di maglia per grattarsi la testa calva e ricordò a Ti Raul che in tutta franchezza la maggior parte di noi non sapeva di non dire la verità perché aveva sussurrato attraverso le reti troppo a lungo. I pescetti/bugie, come l’aria che respiravamo, erano sempre sfuggiti incolumi attraverso le reti. Marcelino Mudo ormeggiò la conversazione , suggerendo che Dio ci stava punendo per vecchi peccati rugosi.

Eravamo prossimi alla disperazione e avremmo potuto commettere qualcosa di empio, non ci fossimo apprestati a riportare la pace nel villaggio. Con le benedizioni di Padre Baptista, si riunirono veglie a lume di candela intorno al pozzo di Ti Bernardino e vennero dette incessanti preghiere per purificare gli spiriti putridi che infestavano il buco oscuro. Arrivammo a calare giù Camila con la corda dell’argano mentre Padre Baptista benediva lei e il pozzo con le sante acque dell’oceano, ma senza risultato. Il suo starnutire non cedeva. Esplose in protesta che erano i suoi paesani e non lei ad aver bisogno di stare appesi sul fondo del pozzo putrido per dare una buona occhiata a se stessi nelle pozzanghere scure. Insisteva che noi eravamo anguille scivolose che si nascondevano nel fondo torbido. Accendemmo altre candele e pregammo con più fervore. Le ultime parole di Camila furono che non avremmo mai potuto annegare le nostre coscienze. Le acque dell’oceano restituivano le cose prontamente. Povera bimba. Cercavamo di esserle d’aiuto.

Il mattino seguente il villaggio si svegliò nel silenzio. La nebbia si era miracolosamente alzata. L’oceano dormiva senza un’increspatura, riflettendo l’azzurro dei cieli. Persino Esmeralda, la giovane vedova, che aveva giurato di non mostrare mai più il suo volto alla luce del giorno aprì una fessura negli scuri, curiosa del mormorio come di oceano della folla riunita nella piazza. Ti António osservò che la mattinata aveva l’odore dell’aria dopo una tempesta, dolce e serena. Ti Raul, che era quasi annegato in gioventù, disse che le acque immobili gli ricordavano il fondo dell’oceano. Durante le tempeste in mare, i pescatori dicono che il fondale rimane calmo, e che questo è il motivo per cui i nostri annegati raggiungono la spiaggia con un sorriso di pace, ma senza occhi. Le creature del mare profondo glieli rubano. Gli occhi distraggono dal vedere la verità, dal vedere la via del ritorno alla terraferma. Le creature del mare nascondono gli occhi in conchiglie dalle labbra serrate dove essi si induriscono fino a diventare perle splendenti adatte solo a compiacere la nostra vanità.

Fissando le acque scintillanti Marcelino Mudo disse che avevamo raggiunto il fondo in questa faccenda con Camila. Tutti furono d’accordo.

Camila non si vedeva da nessuna parte. Cercammo senza fortuna. Lanciammo reti da pesca. Rastrellammo la baia da costone a costone. Notte e giorno, la madre di Camila stava in ginocchio sulla spiaggia gemendo il suo spirito ai cieli. Strappava aculei ai ricci di mare, m’odia, non m’odia. Quattro delle donne più forti del villaggio l’ ancoravano a terra mentre lei si dibatteva, posseduta dalla smania di correre nell’oceano un momento, su per la scarpata l’attimo dopo.

I gabbiani che si nutrivano in mare aperto frantumavano lo specchio cristallino. Un esercito di bambini con fionde conduceva le sue grida lontano dalla Baia di Bocca dell’Inferno. Una ragazza disse di aver notato un palloncino verde fluttuar via verso il mare ma noi eravamo tutti là e si sa che la luce del mattino che si riflette nelle acque gioca scherzi diabolici alla mente.

Non conosceremo mai il mistero dei desideri di Dio o il destino di Camila Penca. Ci godiamo la ritrovata pace del villaggio e abbiamo inchiodato una volta per sempre la bocca del pozzo di Ti Bernardino.

 

© Gigliotti Giuseppina

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